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sei italiano, rassegnati : da certe cose non puoi proprio esimerti.

Settimana magra di post (e non solo, credetemi!) questa che si sta avviando alla conclusione. Colpa un po’ della stanchezza di questo inverno che ci tiene blindati in casa, colpa soprattutto di una influenza stagionale che ha ridotto ai minimi termini la mia capacità di rimanere lucido davanti alla tastiera. Non per questo, se pure a a rate e con meno assiduità del solito,  la kermesse per eccellenza è passata trascurata. Devo anzi fare subito una constatazione veloce : pur avendo assistito solo a parte della serata inaugurale (fino all’intervento del Molleggiato, per dirne) a poco o nulla delle due serate intermedie e a quasi tutta la serata finale, bene ho male, so tutto quello che è successo. Tutto quello che conta. So di Celentano, per esempio, so delle canzoni, e ne parleremo. So di Paolo e Luca, praticamente impossibile non sapere della farfalla di Belen, so di Dolores O’Riordan, soccermom cattolica che si beffa allegramente del festival e delle sue canzoni e commenta il suo mazzo di fiori col rosmarino : ‘for the chicken!’ , che fa bene sapere che abbia finalmente superato quella brutta storia dell’anoressia, ho letto i commenti acidi ed inutili di Mario Adinolfi su Facebook e francamente mi fanno un po’ tristezza. Quello che non so,è tutta la vicenda del Sanremo Giovani, quest’anno ribattezzato Social, per via della modalità con cui sono state selezionate le canzoni candidate. Vicenda tutto sommato trascurabile : cosa mai è scaturito di buono da Sanremo giovani? Mi aiutino i vigili ascoltatori, ma credo che tutto sia sprofondato molto velocemente nel dimenticatoio.  

Una cosa sul festival, va detta, e senza troppi indugi : bello, e sopratutto brutto, rappresenta davvero una cartina tornasole del paese. Il mondo si ferma, la vita politica, perfino la crisi economica, smettono di avere importanza davanti alle sparate a zero del Celentano di turno. E c’è poco da dire, per quanta controcultura si voglia fare, per quanto indie si voglia essere, alla fine se sei musicista e sei italiano, per forza su quel dannato palco devi passare. Quest’anno è toccato ai Marlene Kuntz, che hanno pure il merito di aver fatto arrivare Patti Smith apposta per duettare con loro. Questo non l’ho visto, ma preferisco così. Dal Vasco nazionale, ai La Crus dell’anno scorso tutti hanno provato a rovesciare le regole dal palco dell’Ariston. Perchè farlo sotto gli occhi di tutta l’Italia che benpensa, forse è molto più importante che farlo sotto gli occhi del pubblico che già li ama così. Devo ricordarmi di mostrare più rispetto per Ligabue, che ha sempre detto che da rocker non sarebbe andato a Sanremo, e, da quello che so, ancora non l’ha fatto.

Festival delle polemiche comunque, dove tutti i vezzi vengono messi sotto la luce dei riflettori , come animali esotici in mostra. Una volta si faceva la gara a cercare i plagi, a capire chi truccava di più le classifiche. Adesso che la musica si scarica gratis e che il meccanismo di voto è stato mutuato da quello dei reality tutto prende un andamento più lineare. Le polemiche, anche quest’anno, sono state pilotate da dietro quel palco metallico che ai miei occhi da nerd non poteva non somigliare al ponte della Morte Nera. E chi chiamare per fare polemica, se non quello che, in quanto apparizioni Rai, più polemica ha sempre fatto? Ma si, ovviamente lui, il ragazzo della via Gluck. Ora premetto che io Celentano non l’ho mai potuto soffrire. Non perchè sia così sfacciatamente filo ecclestiasta, no, ce l’ho con lui proprio musicalmente. Ha preso una delle canzoni più belle di sempre, Stand by me di Ben E. King, l’ha fatta adattare a Ricky Gianco, in un pezzo bigotto e lacrimoso, e non solo poi non ha fatto partecipare Gianco all’incisione, ma siamo andati vicini che non pagasse i diritti all’autore. Da uno così, mi aspetto tutto. Che sia diventato famoso per la sua capacità di prendere lunghe pause sbattendo gli occhi come se dovesse dire qualcosa di tremendamente importante per me è un mistero. Ma la colpa non è sua, è degli italiani che ci cascano. Con l’età è diventato pure uno di quei saccenti che è convinto di venire a spiegare la realtà a tutti. Che è lui l’emarginato perchè c’è qualcuno non lo fa parlare. E allora via con scenate finto apocalittiche, con macerie sul palco e rombi di elicotteri neanche fosse apocalypse now. E lui che  prende quindici minuti e due bicchieri d’acqua strappa applausi (bere acqua per interrompere un discorso serio non fa descamisados neppure alle feste dell’unità di provincia, ma nel linguaggio del festival somiglia ancora ad un duro atto anti establishment) per snoccialare pure e semplici banalità. Che fosse una provocazione il suo invito a chiudere certe testate, si capiva da subito. Che la polemica durata due giorni servisse per non parlare per un po’ di cose più di cose più gravi e più serie era altrettanto ovvio. Panem et circenses . Tutta l’invettiva con Pupo, il balletto in stile Blues brothers con l’inglese posticcio e approssimativo, tutto confezionato per far credere ai parrucconi ultraottantenni della platea che il rock ‘n’ roll è arrivato e a sdoganarlo c’è proprio il Molleggiato. Neanche fossimo ancora in principio degli anni ’60.

Che poi arrivino Paolo e Luca a fare scalpore con qualche parolaccia di troppo, non mi stupisce molto. Magari  si riesce ad essere trasgressivi e moderni anche con eleganza, ma in fondo è tutto là per condire e stupire. Quello che mi indispettisce sono state le esibizioni del sabato sera di entrambi, fatte per rettificare e chiedere perdono. Perchè si sa, la pagnotta a fine sera serve a tutti. Così Paolo e Luca in smoking e truccati da pagliacci fanno tristezza, per il messaggio che mandano : non ha senso essere irriverente se tanto devi scusarti. Celentano pure peggio. Con i finti fischi, pilotati, per farlo sentire ancora di più un contro-eroe. Questa gente ha preso i soldi per due ospitate, e non si è neppure presa la briga di prepararsi due pezzi.  Ed io pure a chiedermi dove finiscano i soldi del mio canone.  

Del tatuaggio di Belen non voglio neanche parlare. Mi fanno solo pena quelli che sono stati a guardarsi tutta la sequenza di foto. Avrà le mutande, no non le avrà. Da internet arrivano suggerimenti sul trucco. Mi chiedo solo Qui prodest? ma forse ho paura di scoprirlo.

Per ultime arrivano le cose che dovrebbero essere più importanti in un festival della canzone. Le canzoni. Nessuna vera sorpresa, neppure nella vincitrice. Alcuni si riesumano per l’occasione, altri provano a far gli alternativi di acqua dolce, qualche cantautore, ma intanto, nei primi dieci posti e poi nei primi tre finisce tutta gente nota al pubblico dei reality show musicali. Tanto che viene da chiedersi, se ci sia più bisogno di un festival del genere. In fondo è molto più economico far gareggiare talenti emergenti in un contesto dove il pubblico fa da pollaio. E siano gli sponsor a pagare poi i conti. Il fatto è che Sanremo è un’antica vestigia di qualcosa che non c’è più (c’è mai stato?). E’ un’italietta che si basa sulle apparenze e che si inchina a chi le apparenza le disattende. In cui l’importante è esserci, al costo di esserci male, o sembrare ridicoli. Attempati ma al passo coi tempi come è diventata Hollywood. Le signore impellicciate con orecchini da due etti che ululano alle battute di Alessandro Siani ne sono lo stilema.

Tanto non temete, come nel peggiore Truman Show, domenica sera avremo tutti cambiato canale. Fino, ovviamente al prossimo anno.

 

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